Passi Egizi | 1 LUGLIO
Ci sono viaggi che non attraversano lo spazio, ma il tempo profondo delle civiltà.
Viaggi che iniziano da una voce e aprono, nota dopo nota, una soglia: verso il rito, il mito, la notte, la memoria...
Ci sono viaggi che non attraversano lo spazio, ma il tempo profondo delle civiltà.
Viaggi che iniziano da una voce e aprono, nota dopo nota, una soglia: verso il rito, il mito, la notte, la memoria...
Moirai è il termine greco che indica le Moire, le Parche.
Su invito a ispirarsi all’arte della tessitura, Bianco — accompagnato dai madrigali di Monteverdi — mette in risalto quei fili sottili che sembra determinino il nostro destino: il mistero della vita, dell’amore e della morte che si intrecciano anche a nel canto monteverdiano. I fili delle Moire, inspiegabili nelle loro traiettorie, compongono la trama di un destino sconosciuto, spesso pronto a sorprenderci con l’imprevedibile lacerazione delle sue maglie. Ne nasce un lavoro sulla caducità delle cose umane e, al tempo stesso, sull’appassionato e continuo evolversi della vita.
Con “Ancia Elettronica”, Andraž Golob e Cristina Mercuri abitano proprio questa distanza: non per cancellarla, ma per attraversarla. Il progetto nasce nello spirito più autentico di Narrazioni Parallele Festival: mettere in relazione traiettorie che sembrerebbero destinate a procedere separate, e scoprire invece che proprio nello scarto, nell’attrito, nell’ascolto reciproco può nascere una lingua nuova.
Con Rapsodia di Terra e di Luna, la voce di Angelica Cathariou, l’arpa di Maria Elena Bovio e il fagotto di Alexander Grandal aprono un varco sonoro verso la Grecia arcaica e verso civiltà ancora più remote, dimenticate solo in apparenza. Il concerto diventa così un viaggio tra mondi scomparsi e sensibilità contemporanea, dove la musica non ricostruisce semplicemente l’antico, ma lo risveglia come una materia viva, fragile e incandescente.
Si vede davvero quando si vede? E cosa si vede, quando si crede di vedere? C’è forse un aspetto di fede, di fiducia, di abbandono quando si cerca o si pensa di vedere? Sguardo, occhio, vista, visione Vedere non è solo vedere: ogni sguardo necessità di un occultamento.
Il 25 luglio, con VENI, VIDI, SO_Il Forte Borgo, lo spettacolo si dedica al Borgo: qui lo sguardo si fa erranza, contatto, vita minuta. Le case, i passaggi, le aperture, le distanze quotidiane diventano punti di osservazione.
Il 26 luglio, con VENI, VIDI, SO_Il Borgo Forte, la performance si rivolge al Forte: architettura monumentale, memoria stratificata, macchina di pietra e di visione. Qui lo sguardo assume un’altra vibrazione: più ampia, più verticale, forse più inquieta. La prospettiva si dilata, il corpo misura la distanza, la musica abita cavità, superfici, echi. Nel Forte vedere significa confrontarsi con ciò che sovrasta, protegge, separa, custodisce.
Ci sono luoghi in cui la terra sembra avvicinarsi al cielo.
Borgate sospese tra memoria e vento, pietre che custodiscono voci, montagne che non sono soltanto paesaggio ma destino, ferita, protezione, racconto.
Rochemolles, meravigliosa borgata di Bardonecchia, è uno di questi luoghi. Travolta e distrutta da una valanga nel 1706, colpita ancora nel 1961, porta nella propria storia il segno di una fragilità antica e di una ostinata capacità di rinascita.
Con ESP – Extra Sensory Perception, Cubo Teatro e Benedetta Parisi costruiscono un’esperienza sensoriale e interattiva pensata per la Tur d’Amun di Bardonecchia, parco archeologico che custodisce i resti dell’antico castello signorile. Qui non c’è una scena da guardare: è il luogo stesso a farsi scena. Le pietre, le traiettorie, i silenzi e gli incontri diventano parte di un dispositivo immersivo in cui lo spettacolo accade prima di tutto nella mente di chi partecipa.
Da una parte un’orchestra di alto profilo che vuole incantare il pubblico con l’esecuzione delle più̀ belle composizioni classiche di Mozart, Beethoven, Strauss e Brahms.
Dall’altra, un grintoso showman che cerca il suo palcoscenico per esprimere il suo talento. Un incidente di percorso farà incontrare i due. Ne deriverà̀ un braccio di ferro a suon di musica e colpi di bacchetta, un esilarante duello musicale con sorprendenti e inattese contaminazioni pop.
Ci sono concerti che iniziano quando la musica comincia.
E altri che sembrano arrivare da un luogo più ambiguo: da un sogno già iniziato, da una stanza mentale, da un’immagine che non sappiamo più se appartenga al cinema, alla memoria o a un incubo gentile.
Alcuni strumenti custodiscono una memoria collettiva. La fisarmonica è uno di questi: respiro popolare, voce di strada e di festa, malinconia da ballo, viaggio, nostalgia. Ma nelle mani di Richard Galliano questo strumento smette di appartenere a un solo paesaggio e diventa mondo: attraversa il jazz, dialoga con Bach, sfiora il tango, reinventa la tradizione francese, si apre alla vertigine dell’improvvisazione.
Alcune epoche non smettono di sedurci.
Non perché siano state perfette, ma perché hanno saputo trasformare la vita in visione, il desiderio in arte, la notte in promessa. La Belle Époque è una di queste: un tempo febbrile, scintillante, inquieto, in cui pittura, musica, invenzione e sogno sembravano mescolarsi nello stesso respiro.
La Nuit Fantastique ci invita a varcare quella soglia.
Non come spettatori distanti, ma come ospiti di un caffè parigino dei primi del Novecento, immersi in un mondo dove tutto può accadere: l’apparizione di artisti e inventori geniali, il fascino vertiginoso di una musica immortale, il bagliore di un’immagine che prende vita, il confine sempre più incerto tra realtà e immaginazione.